Cammino con le buste della spesa che fanno male alle mani.
Incrocio una signora dal volto di porcellana e un ragazzo con le scarpe argentate.
Il resto è asfalto, platani, macchine che sfrecciano, polvere che si alza, rumore.
Il cielo d'un azzurro chiaro sembra il velo di certe madonne dipinte.
Allora mi chiedo cosa ci faccio qui, in questa città di provincia con cui non ho nulla da spartire, in cui ho una manciata di conoscenti e nessun amico né parente.
No, non credo sia per una borsa di studio da ottocento euro al mese come vado raccontando.
È che avevo voglia di scappare.
È che avevo voglia di allontanarmi.
È che volevo una stanza dalle pareti bianche per poterla colorare come volevo io.
È che avevo bisogno di piangere in una stanza vuota sentendo al telefono le voci familiari raccontare cosa mangeranno a cena.
Poi in questo distacco c'ho preso un certo gusto.
L'ho arredata davvero, la mia stanza.
Ho attaccato alla porta le cartoline e i biglietti del cinema, le locandine teatrali e i bigliettini dei ristoranti che mi piacciono.
Medito di dipingere un quadro rosso da appendere sopra il divano.
Gioco a scappare, poi invece mi tuffo.
Un'altra vita, un'altra città, un altro mare.
Magari anche un altro lavoro.
Guardo in alto, il cielo ormai s'è fatto scuro, respiro l'aria umida.
E volo.
Il sapore delle cose è come i sogni: quando si prova a spiegarlo, a raccontarlo, tutto perde realtà.
Potrei raccontare il sapore di questa ciliegia concentrata, viene da un albero dimenticato al sole e sommerso dalle erbacce. Quel sapore potente che si sprigiona appena la polpa viene schiacciata dai denti.

Potrei raccontare di sogni in cui cammino e cerco di consegnare una lettera ad un senatore, poi incontro Toni Servillo più affascinante che mai e mi innamoro di lui, quasi lo bacio, poi invece no; però sorrido mentre mi butto di schiena su un letto di piume, rimbalzo e i miei capelli lunghi si spargono intorno.
Inquadratura dall’alto.
Luce in sala, è ora di alzarsi.
Ho i capelli corti.
Pareti gialle, caldo ventilato, tanta luce.
Un piatto di spaghetti alle vongole, genitori sorridenti socializzano con il coinquilino portoghese di mio fratello.
Sul divano del dopopranzo leggo trenta pagine di un libro che ora voglio comprare.
Subito.
Poi cammino tra strade della moda, foto di coralli e occhi di pesce, sudo aspettando spaghetti al thè verde e salmone, poi metto a letto i genitori tra le mie lenzuola colorate.
Tutto è irreale, qui.
Titoli di coda: io cammino sola in un corridoio bianco cercando di chiudere porte che sbattono e si riaprono da sole, lampadine che si spengono e riaccendono a lampi, antifurti che suonano, tanto vento. Tromba d’aria su Milano, dicono oggi. Due ore dopo la curva spagnola festeggia la vittoria sotto la mia finestra e la voce di Amy Winehouse è coperta da una versione riveduta di “I love you baby” che inneggia a Fernando Torres (la la la lalaaa là).
Gli occhi più chiari e i capelli più scuri, così riconosco la febbre.
Il dolore ti ricorda di avere ossa, nervi, trachea; parti solitamente mute ora ti parlano.
Tu no, non hai più voce.
Lo sai, in ogni momento ci sono persone che si amano, si odiano, si sparano, mangiano ciliegie, nascono, vanno per mare, cagano, camminano, annusano calzini, fanno un bagno, accarezzano un gatto, un cane, un cammello, un elefante, decidono di volere un figlio, innaffiano i vasi di terracotta sul balcone, dormono, ridono, scendono da un treno, giocano a pallone, si siedono in sala d’attesa e aspettano.
Male al dente.
Nausea.
Sorriso.
Plastica argentata, consumata ai bordi, con due nappe di fili rossi sporchi di polvere scura.
L’ho avuto da Hammar, guidatore di taxi collettivi in una città tunisina.
L’amico a cui l’ho regalato lo ha appeso di nuovo sopra il comodino della casa in cui ha traslocato.
Allora non sono la sola a considerarlo prezioso.
Se ognuno portasse dietro un filo e lo intrecciasse con quello degli altri chissà se verrebbe fuori un centrino o solo un gomitolo intrecciato.
La sera stessa l’autista tunisino ha fatto squillare il mio telefono, chissà perché.
Mi converto al bokononismo, prima o poi.
Spezzo un gambo di sedano e lo metto nel brodo, proprio come dice di fare quel cuoco in tv.
Il sedano si affloscia e fluttua, era più bello quando spuntava dal sacchetto del supermercato.
Mi piace andare in giro con il ciuffo del sedano che spunta dal sacchetto: non si immaginano le vaschette di plastica, i tetrapak e i piatti pronti surgelati, ma solo verdure sane e naturali.
Come ad un matrimonio in cui tutti sono vestiti a festa e sorridenti anche se hanno l’elastico delle mutande che stringe, un dolore sordo al ginocchio, le lenti a contatto secche e preoccupazioni inconfessabili, almeno non al matrimonio.
Ecco, il sedano è lo smalto rosa ballerina che ho steso sulle unghie, è la scarpa lucida col tacco e il tubino di seta.
Lo lavo. Lo mangio crudo, senza aggiungere sale né olio.
Ed è reale, non immaginavo neanche quanto.
Due biscotti di meliga bussano, apriamo la porta.
A tavola mancano solo i bicchieri.
Guardiamo le luci riflesse su un mare immobile.
Carne cruda e cotta si alterna nei piatti con fave appena raccolte.
Il gatto brucia la coda strusciando sulle candele.
Intanto cantiamo insieme Tu scendi dalle stelle e pensiamo a come fare un fotoromanzo.
Ci si scioglie come cioccolato in un abbraccio ideale, a quattro voci (di cui una fuori dal coro).
Ci piace fare le fragole, stasera.
Anita è arrivata a Roma dopo una decina di ore di volo e due scali.
Il caldo appiccicava addosso il lenzuolino di cotone, lei dormiva in braccio a due sconosciuti, i genitori nuovi. La prima mamma l’ha fatta nascere e l’ha lasciata in ospedale.
Anita aveva due mesi, ma le due mani di mio padre affiancate bastavano a farle da culla, tanto era piccola. L’hanno messa nella carrozzina rossa in cui prima dormivo io.
Ed è cresciuta.
Ecco, le parole giuste non so trovarle.
Anita si ritrova con un bambino che cresce nella pancia senza accorgersene.
A giugno avrà la maturità, il parto a dicembre.
Non che lei lo voglia.
A meno che.
La parola aborto non si pronuncia, il ragazzo ha gli occhi spalancati e il sorriso ingenuo, lei sa di esser nata senza essere voluta.
E c’è una famiglia allargata che spalanca le braccia, in ogni caso.
Ma.
La vita è proprio stronza e ci prende in giro.
E certe scelte io non saprei prenderle e ho dieci anni in più.
T’abbraccio forte, comunque vada.
Un anno fa ho deciso di tirar fuori un po’ di panni sporchi dai cassetti e di stenderli al sole, qui, a prender aria.
Le mie stanze private.
Un nome abbastanza scemo, Biancobi.
E poi qualcuno si è affacciato a guardare, ha lasciato anche un commento.
Qualcuno l’ho incontrato anche di persona, gli ho toccato le dita con cui batte sui tasti, l’ho guardato dritto negli occhi.
Con qualcuno si è diventati amici, con qualcun altro anche di più, quel che l’è.
E c’ho preso un certo gusto a riempire queste pagine.
Così.

Se fosse un diario scriverei di un sacco di cose.
Invece no, è un blog.
E per oggi basta così.
P.S. Il piede è mio, la foto no.
In treno oggi mi sono addormentata.
Chissà che penserà questo qui davanti delle mie letture frivole e della mia valigia consumata; sembra un professore universitario, legge von Humboldt.
Magari poi è un cretino e non lo capisce cosa scrive von Humboldt.
Però, lo legge.
Le prime volte è così, il mezzo è nuovo, non si è abituati a tutti questi sguardi, all’odore del panino al salame di chissà chi, alla voce della signora che vuole raccontare a qualcuno del nuovo lavoro di suo figlio, al paesaggio fuori dal finestrino che è uno spettacolo per il solo fatto di esserci e di cambiare continuamente.
Poi quel sedile diventa sempre più familiare. Scopri che nel posto vicino al finestrino la bottiglietta d’acqua c’entra tra il sedile e la parete, che la borsa può stare sotto il sedile ma bisogna stare attenti alla polvere, che nel posto in corridoio verrai disturbato ogni volta che qualcuno passerà con una valigia grande o con un carrellino del minibar.
Ti accomodi con la schiena leggermente più curva, infili le cuffiette alle orecchie e ti rilassi fino al sonno.
Il biscotto della fortuna del ristorante cinese mi dice whetever you do is right.
Io non lo so, ma ci conto.
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Emily Loizeau - Je Ne Sais Pas Choisir